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Lo sguardo misericordioso di Dio, come Padre che vuole la salvezza dei propri figli, trasforma la storia

30.09.2015 - 11:46
“Lo sguardo misericordioso di Gesù trasforma la storia”. È tutto racchiuso in questa breve riflessione, fatta nel corso dell’omelia durante la messa ad Holguín, terza città di Cuba e per la prima volta nella storia visitata da un Pontefice, il messaggio che papa Francesco ha inteso lanciare al mondo. In un giorno in cui la Chiesa ricorda nella liturgia della Parola la conversione di san Matteo, papa Francesco ci invita a riflettere sullo “sguardo misericordioso” del Padre. Quello stesso sguardo che ci accompagnerà nei prossimi mesi e per un intero anno durante la celebrazione del Giubileo straordinario che avrà come punto focale del cammino la misericordia. Misericordia, appunto. Un termine per descrivere un groviglio di sentimenti che vanno dalla pietà alla compassione e che già in sé racchiude ciò che Dio chiede a ciascuno di noi entrando dritto nei nostri cuori, così come quel pugnale lungo, stretto ed estremamente robusto, che, anch’esso denominato misericordia, veniva usato alla fine delle battaglie per dare la morte a soldati e cavalieri agonizzanti, facendolo penetrare negli interstizi dell'armatura fino a toccare il cuore. Ed è il cuore che Dio intende toccare, entrando nelle nostre vite e stravolgendole. La misericordia, come scrive don Maurizio Prandi, quindi, intesa “come riflesso della Risurrezione, occasione di conoscenza del volto di Dio, conoscenza non a buon mercato ma al contrario con un prezzo da pagare molto alto: riconoscersi deboli, fragili, miseri, ed è appunto nella nostra miseria che ci sentiamo accolti dal Dio misericordioso. Questo tipo di contatto con la verità profonda di noi stessi è molto importante per una lettura un po’ pacificata del nostro sentirci dispari: si può leggere la propria vita in modo moralistico e desiderare una perfezione che non arriverà mai, oppure leggerla in modo morale e scoprire giorno dopo giorno che è la misericordia di Dio ad accorciare la distanza che c’è tra noi e Lui. E’ davvero bella l’etimologia del termine misericordia. Tante volte ce la siamo richiamata: il misericordioso è colui che ha cuore per le miserie altrui e questo cuore aperto per ricevere i fratelli richiama molto da vicino quello che il mondo ebraico intendeva per misericordia con il termine rahamim che indica le viscere materne che accolgono la vita che nasce. Le viscere e la misericordia allora indicano lo spazio fatto dentro di sé alla vita dell’altro, è uno spazio di profonda comunione, di sentire con l’altro, di patire con l’altro, di gioire con l’altro. Proprio per questo, Alberto Mello della comunità di Bose ha scritto in un suo articolo: il termine rahamim può esprimere l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. La misericordia altro non è che il grido di Dio contro l’indifferenza, contro il rifiuto dell’altro in generale. Ecco che la misericordia c’entra con la comunione, con la condivisione e diventa capacità di allacciare rapporti e ricostruire rapporti e relazioni. Dio stesso ristabilisce una relazione con coloro i quali da questa relazione si erano allontanati”. Ed è proprio partendo da questo che dovremmo iniziare a guardare l’altro, osservandolo con gli occhi della misericordia. Un invito che papa Francesco rivolge a ciascuno di noi quando, da Cuba, fa cenno al “gioco di sguardi” che “è in grado di trasformare la storia”. Gesù guarda Matteo, esattore delle imposte per i Romani, considerato un traditore dai suoi connazionali: “Gesù lo guardò. Che forza di amore ha avuto lo sguardo di Gesù per smuovere Matteo come ha fatto! Che forza devono avere avuto quegli occhi per farlo alzare! (...) Lo guardò con occhi di misericordia; lo guardò come nessuno lo aveva guardato prima. E questo sguardo aprì il suo cuore, lo rese libero, lo guarì, gli diede una speranza, una nuova vita, come a Zaccheo, a Bartimeo, a Maria Maddalena, a Pietro e anche a ciascuno di noi. Anche se noi non osiamo alzare gli occhi al Signore, Lui sempre ci guarda per primo”. “Il suo amore ci precede – ha affermato il Papa - il suo sguardo anticipa le nostre necessità. Egli sa vedere oltre le apparenze, al di là del peccato, del fallimento o dell’indegnità. Sa vedere oltre la categoria sociale a cui apparteniamo”. Basta uno sguardo, quindi, ed un diverso modo di guardare ciò che accade, per cambiare noi stessi ed il mondo in cui viviamo ed è papa Francesco che, ancora una volta, ci pone di fronte al nostro essere cristiani, al nostro vivere fino in fondo il Vangelo. Lo fa, come ormai ci ha abituati, con la semplicità e la “durezza” mettendoci di fronte alla nostra coscienza e ponendoci delle domande alle quali abbiamo il dovere di rispondere e di farlo nella verità: “Credi che sia possibile che un esattore si trasformi in un servitore? Pensi che sia possibile che un traditore diventi un amico? Pensi che sia possibile che il figlio di un falegname sia il Figlio di Dio? Il suo sguardo trasforma il nostro sguardo, il suo cuore trasforma il nostro cuore. Dio è Padre che vuole la salvezza di tutti i suoi figli”. Lo sguardo del Cristo, quindi, ci porta a condividere “la sua tenerezza e la sua misericordia con i malati, i carcerati, gli anziani e le famiglie in difficoltà”. Saveria Maria Gigliotti
Redazione
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